Doveva
essere una festa, e così è stato. La pioggia che, intorno
alle 18.30, si è abbattuta su piazza San Giovanni per circa un’ora,
non è riuscita a rovinare l’atmosfera. Anzi: una volta
terminato il fastidioso scrosciare a vento, la musica è ripresa
indisturbata, più forte di prima, se possibile. L’edizione
2005 del Cornetto Free Music Festival a Roma ha registrato piacevoli
performances degli artisti e una buona affluenza di pubblico: certo,
magari non i 250.000 proclamati da Elio (nelle inedite vesti di presentatore
assieme ad Ambra), ma comunque tanti. La manifestazione si è
aperta alle 17 con Irene Fornaciari, che con simpatia e un approccio
molto umile ha eseguito 4 canzoni: l’incipit è stato dato
dalla cover di “Hot stuff”, cui è seguita “It’s
a wonderful life”, un brano di matrice black abbastanza coinvolgente,
il rifacimento – in una versione ok – di “One”
degli U2 e la rockettara “Don’t worry”. La voce della
Fornaciari, figlia di Zucchero, non è male: forse le canzoni
avrebbero bisogno di un po’ di fantasia in più, ma nel
complesso il giudizio non può essere assolutamente negativo.
Molto divertente Elio che, prendendola in giro, le ha chiesto: “Ma
cosa ne pensa tua mamma del mestiere che fai?”. Ed è stato
proprio Elio uno dei pezzi forti del Festival, a cominciare dalle magliette
che indossava: una con la scritta “Elio e le Storie Tese”
al contrario, per ironizzare su quelle persone che invertono le immagini
televisive per evitare di fare pubblicità, e un’altra con
la scritta “Ex rockstar”. È stata poi la volta di
Gianmarco Martelloni, vincitore di Audition (il concorso organizzato
da Cornetto Free Music per artisti emergenti) nella data di Milano:
il ragazzo era visibilmente emozionato, ma d’altronde come poteva
essere altrimenti di fronte ad un pubblico così? Certo non ha
giocato a suo favore l’attesa cui ha dovuto sottoporre suo malgrado
i presenti, a causa di alcuni problemi tecnici. Ma quando la musica
è partita, Martelloni ha convinto tutti. Difficile definire il
suo genere: rock che racconta storie di vita attraverso le quali perdersi
e ritrovarsi, carichi di quel pathos in bilico tra staticità
ed inquietudine che non può che far parte del quotidiano. Musicalmente,
Gianmarco non sa di già sentito, e lo hanno testimoniato brani
come “Lei continua a parlare” e “Strategicamente”.
Subito dopo arrivano i Velvet, che già si erano visti da queste
parti l’anno scorso, al Circo Massimo: all’epoca, però,
il gruppo stava registrando “Dieci motivi”, l’ultimo
cd che ora, sul palco di piazza San Giovanni, è venuto a promuovere.
E così, insieme a “Funzioni primarie” e “Una
settimana un giorno”, scorrono anche l’ultimo singolo, “Il
mondo è fuori”, e la sanremese “Dovevo dirti molte
cose”. Ma la proposta più interessante, da parte di Pierluigi
e soci, viene dalla rilettura di “Search and destroy”, pezzo
di Iggy Pop and The Stooges. Appena i Velvet terminano il loro show
case, si ode un tuono e immediatamente si scatena la pioggia, con Elio
che scherza: “Questo temporale ve lo offriamo noi, è per
rinfrescarvi”. Pausa forzata, e poi attacca James Blunt. Sinceramente
è difficile capire perché Elton John abbia definito questo
ex marine come il suo erede (forse perché il manager dei due
è lo stesso?): quello di Blunt è un classicissimo pop
che non ha nulla di nuovo. La sua esibizione passa in fretta, conclusa
dall’hit “High”. È il momento di Elisa, e si
sente: la temperatura, infatti, comincia a salire. La cantante friulana
sale sul palco con “Together”, ed è un boato: seguono
“Bitter words”, “Labyrinth” e “The waves”.
È la testimonianza della grande popolarità di questa giovane
artista. Emozionante “Una poesia anche per te”, poi Elisa
imbraccia la chitarra e canta “Broken”. Seguono “Heaven
out of hell”, “Luce” e “Almeno tu nell’universo”.
Finita questa canzone, Elisa propone al pubblico di ricantarne il ritornello
a cappella: è l’omaggio più bello che piazza San
Giovanni potesse tributare a Mia Martini, scomparsa esattamente dieci
anni fa. Il suo live si conclude con “Rainbow” e “Cure
me”: su quest’ultimo brano, il bassista sfoggia sulle spalle
una bandiera dei Duran Duran. Ma per Le Bon e soci c’è
ancora tempo: sono arrivati nel backstage proprio durante la performance
di Elisa. Sono circa le 22 quando entra Beck: prima canzone in scaletta,
“Devils hair out”. La musica di questo bizzarro cantautore
è un melting pot in cui si mischiano rock, pop, folk e rap. La
sua ora e mezza di concerto è decisamente strana, fuori dagli
schemi, stravagante… anche troppo! Su “Black tambourine”
i ruoli dei musicisti si scambiano: il percussionista dà spettacolo
azzardando un curioso e buffo balletto e al suo posto si siede il tastierista,
mentre anche il chitarrista impugna il tamburello. Ad un certo punto
lo stesso Beck si siede alle percussioni. Una band decisamente multiforme!
Ma questo è niente in confronto a ciò che succede dopo:
Beck esegue “Golden age” da solo alla chitarra acustica,
mentre i musicisti mangiano e bevono accompagnandolo con la frutta,
le posate e i bicchieri, usati a mo’ di strumenti. Il brano migliore
resta senza dubbio “Loser”, che lo fece conoscere a inizio
anni ’90; e infatti è quello su cui il pubblico canta più
convinto. Decente “Sexx laws”. Alle 23,30 entrano i Duran
Duran: è il tripudio. Come stanno facendo in tutti i concerti
del loro tour, si presentano sul palco tutti e 5, schierati uno accanto
all’altro, senza accompagnamento musicale. Dopo di che, a turno,
vanno a prendere posto e imbracciano gli strumenti. Si parte con la
mega hit “Sunrise”, seguita da due classici come “Hungry
like the wolf” e “Planet Earth”. Scene di puro delirio:
il pubblico fa un casino incredibile, sembra veramente di essere tornati
indietro di 20 anni, e il bello è che i più esaltati sono
i ragazzi. Gente che all’epoca di “Wild boys” era
ancora in fasce o giù di lì. Un segno importante questo,
perché testimonia che il marchio Duran Duran è ancora
vivo e vegeto, ed è bastata una lieve “spolverata”
per farlo tornare più brillante e lucente che mai. Dopo “What
happens tomorrow”, il nuovo singolo, Simon Le Bon (uno splendido
quarantenne, in ottima forma per la sua età) invita il pubblico
a cantare “Happy birthday” al bassista John Taylor: è
scoccata infatti la mezzanotte, e John compie gli anni proprio il 20
giugno. Lo show riparte con “Come undone”, successo del
1993 che solo Le Bon e il tastierista Nick Rhodes si sono potuti godere.
All’epoca, infatti, gli unici titolari del gruppo erano loro due.
È curioso notare che, nella prima parte del loro show, i Duran
non hanno suonato benissimo: complice forse che il fatto che dovevano
ancora scaldarsi, sono apparsi un po’ “ingessati”,
e se non fosse stato per la naturale presenza scenica di Le Bon si sarebbe
potuto parlare quasi di uno show fallimentare. C’era, infatti,
cercando di ascoltare più la loro performance che non le urla
dei fans, un non so che di imperfetto: probabilmente sarà stato
che con canzoni come “Ordinary world” i membri della vecchia
formazione non avevano tutta questa confidenza. Sta di fatto che fino
a quando non sono arrivate “Notorius” e “Wild boys”
(cioè verso la fine) la loro performance è stata a tratti
deludente. Mascherata e coperta, però, dalla consapevolezza del
pubblico di trovarsi di fronte ad autentici miti viventi. Su “The
chauffeur” l’istrionico Le Bon ha indossato un cappello
da autista. Tutta la prima parte di “Save a prayer” è
stata cantata interamente dal pubblico, che si è letteralmente
sciolto in brodo di giuggiole. La già citata “Notorius”
è stata impreziosita da una citazione di “Higher”
di Sly and the family stone. Sul bis, con la folla impazzita, John Taylor
è riemerso con la maglietta della nazionale di calcio italiana,
dicendo in inglese al pubblico: “Siete i più grandi”.
Finale affidato a “Girls on film” e “Rio”, per
un happy end che sinceramente, qualche anno fa, non avremmo mai immaginato.