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Cornetto Free Music Festival – Roma, 19/6/05: delirio per i Duran Duran, Beck troppo stravagante, bene Elisa
di Massimo Giuliano

Doveva essere una festa, e così è stato. La pioggia che, intorno alle 18.30, si è abbattuta su piazza San Giovanni per circa un’ora, non è riuscita a rovinare l’atmosfera. Anzi: una volta terminato il fastidioso scrosciare a vento, la musica è ripresa indisturbata, più forte di prima, se possibile. L’edizione 2005 del Cornetto Free Music Festival a Roma ha registrato piacevoli performances degli artisti e una buona affluenza di pubblico: certo, magari non i 250.000 proclamati da Elio (nelle inedite vesti di presentatore assieme ad Ambra), ma comunque tanti. La manifestazione si è aperta alle 17 con Irene Fornaciari, che con simpatia e un approccio molto umile ha eseguito 4 canzoni: l’incipit è stato dato dalla cover di “Hot stuff”, cui è seguita “It’s a wonderful life”, un brano di matrice black abbastanza coinvolgente, il rifacimento – in una versione ok – di “One” degli U2 e la rockettara “Don’t worry”. La voce della Fornaciari, figlia di Zucchero, non è male: forse le canzoni avrebbero bisogno di un po’ di fantasia in più, ma nel complesso il giudizio non può essere assolutamente negativo. Molto divertente Elio che, prendendola in giro, le ha chiesto: “Ma cosa ne pensa tua mamma del mestiere che fai?”. Ed è stato proprio Elio uno dei pezzi forti del Festival, a cominciare dalle magliette che indossava: una con la scritta “Elio e le Storie Tese” al contrario, per ironizzare su quelle persone che invertono le immagini televisive per evitare di fare pubblicità, e un’altra con la scritta “Ex rockstar”. È stata poi la volta di Gianmarco Martelloni, vincitore di Audition (il concorso organizzato da Cornetto Free Music per artisti emergenti) nella data di Milano: il ragazzo era visibilmente emozionato, ma d’altronde come poteva essere altrimenti di fronte ad un pubblico così? Certo non ha giocato a suo favore l’attesa cui ha dovuto sottoporre suo malgrado i presenti, a causa di alcuni problemi tecnici. Ma quando la musica è partita, Martelloni ha convinto tutti. Difficile definire il suo genere: rock che racconta storie di vita attraverso le quali perdersi e ritrovarsi, carichi di quel pathos in bilico tra staticità ed inquietudine che non può che far parte del quotidiano. Musicalmente, Gianmarco non sa di già sentito, e lo hanno testimoniato brani come “Lei continua a parlare” e “Strategicamente”. Subito dopo arrivano i Velvet, che già si erano visti da queste parti l’anno scorso, al Circo Massimo: all’epoca, però, il gruppo stava registrando “Dieci motivi”, l’ultimo cd che ora, sul palco di piazza San Giovanni, è venuto a promuovere. E così, insieme a “Funzioni primarie” e “Una settimana un giorno”, scorrono anche l’ultimo singolo, “Il mondo è fuori”, e la sanremese “Dovevo dirti molte cose”. Ma la proposta più interessante, da parte di Pierluigi e soci, viene dalla rilettura di “Search and destroy”, pezzo di Iggy Pop and The Stooges. Appena i Velvet terminano il loro show case, si ode un tuono e immediatamente si scatena la pioggia, con Elio che scherza: “Questo temporale ve lo offriamo noi, è per rinfrescarvi”. Pausa forzata, e poi attacca James Blunt. Sinceramente è difficile capire perché Elton John abbia definito questo ex marine come il suo erede (forse perché il manager dei due è lo stesso?): quello di Blunt è un classicissimo pop che non ha nulla di nuovo. La sua esibizione passa in fretta, conclusa dall’hit “High”. È il momento di Elisa, e si sente: la temperatura, infatti, comincia a salire. La cantante friulana sale sul palco con “Together”, ed è un boato: seguono “Bitter words”, “Labyrinth” e “The waves”. È la testimonianza della grande popolarità di questa giovane artista. Emozionante “Una poesia anche per te”, poi Elisa imbraccia la chitarra e canta “Broken”. Seguono “Heaven out of hell”, “Luce” e “Almeno tu nell’universo”. Finita questa canzone, Elisa propone al pubblico di ricantarne il ritornello a cappella: è l’omaggio più bello che piazza San Giovanni potesse tributare a Mia Martini, scomparsa esattamente dieci anni fa. Il suo live si conclude con “Rainbow” e “Cure me”: su quest’ultimo brano, il bassista sfoggia sulle spalle una bandiera dei Duran Duran. Ma per Le Bon e soci c’è ancora tempo: sono arrivati nel backstage proprio durante la performance di Elisa. Sono circa le 22 quando entra Beck: prima canzone in scaletta, “Devils hair out”. La musica di questo bizzarro cantautore è un melting pot in cui si mischiano rock, pop, folk e rap. La sua ora e mezza di concerto è decisamente strana, fuori dagli schemi, stravagante… anche troppo! Su “Black tambourine” i ruoli dei musicisti si scambiano: il percussionista dà spettacolo azzardando un curioso e buffo balletto e al suo posto si siede il tastierista, mentre anche il chitarrista impugna il tamburello. Ad un certo punto lo stesso Beck si siede alle percussioni. Una band decisamente multiforme! Ma questo è niente in confronto a ciò che succede dopo: Beck esegue “Golden age” da solo alla chitarra acustica, mentre i musicisti mangiano e bevono accompagnandolo con la frutta, le posate e i bicchieri, usati a mo’ di strumenti. Il brano migliore resta senza dubbio “Loser”, che lo fece conoscere a inizio anni ’90; e infatti è quello su cui il pubblico canta più convinto. Decente “Sexx laws”. Alle 23,30 entrano i Duran Duran: è il tripudio. Come stanno facendo in tutti i concerti del loro tour, si presentano sul palco tutti e 5, schierati uno accanto all’altro, senza accompagnamento musicale. Dopo di che, a turno, vanno a prendere posto e imbracciano gli strumenti. Si parte con la mega hit “Sunrise”, seguita da due classici come “Hungry like the wolf” e “Planet Earth”. Scene di puro delirio: il pubblico fa un casino incredibile, sembra veramente di essere tornati indietro di 20 anni, e il bello è che i più esaltati sono i ragazzi. Gente che all’epoca di “Wild boys” era ancora in fasce o giù di lì. Un segno importante questo, perché testimonia che il marchio Duran Duran è ancora vivo e vegeto, ed è bastata una lieve “spolverata” per farlo tornare più brillante e lucente che mai. Dopo “What happens tomorrow”, il nuovo singolo, Simon Le Bon (uno splendido quarantenne, in ottima forma per la sua età) invita il pubblico a cantare “Happy birthday” al bassista John Taylor: è scoccata infatti la mezzanotte, e John compie gli anni proprio il 20 giugno. Lo show riparte con “Come undone”, successo del 1993 che solo Le Bon e il tastierista Nick Rhodes si sono potuti godere. All’epoca, infatti, gli unici titolari del gruppo erano loro due. È curioso notare che, nella prima parte del loro show, i Duran non hanno suonato benissimo: complice forse che il fatto che dovevano ancora scaldarsi, sono apparsi un po’ “ingessati”, e se non fosse stato per la naturale presenza scenica di Le Bon si sarebbe potuto parlare quasi di uno show fallimentare. C’era, infatti, cercando di ascoltare più la loro performance che non le urla dei fans, un non so che di imperfetto: probabilmente sarà stato che con canzoni come “Ordinary world” i membri della vecchia formazione non avevano tutta questa confidenza. Sta di fatto che fino a quando non sono arrivate “Notorius” e “Wild boys” (cioè verso la fine) la loro performance è stata a tratti deludente. Mascherata e coperta, però, dalla consapevolezza del pubblico di trovarsi di fronte ad autentici miti viventi. Su “The chauffeur” l’istrionico Le Bon ha indossato un cappello da autista. Tutta la prima parte di “Save a prayer” è stata cantata interamente dal pubblico, che si è letteralmente sciolto in brodo di giuggiole. La già citata “Notorius” è stata impreziosita da una citazione di “Higher” di Sly and the family stone. Sul bis, con la folla impazzita, John Taylor è riemerso con la maglietta della nazionale di calcio italiana, dicendo in inglese al pubblico: “Siete i più grandi”. Finale affidato a “Girls on film” e “Rio”, per un happy end che sinceramente, qualche anno fa, non avremmo mai immaginato.